Lo incontriamo a Roma dopo aver tenuto una lectio sui piccoli Comuni d’Italia, sulle loro bellezze ma anche
fragilità: Philippe Daverio si lascia ascoltare con passione, come fa da decenni in televisione oppure
leggendolo sulle sue tantissime pubblicazioni di critica d’arte e di storia. Nell’immenso auditorium della
Nuvola (all’Eur) ha esaltato i piccoli centri storici, i tantissimi in Italia capaci di “legare una Pala d’Altare con
una fetta di prelibato prosciutto”. E’ quanto asserisce alla platea di oltre tremila sindaci di comunità al di
sotto dei cinquemila abitanti, invitati dai vertici di Poste Italiane: un evento senza precedenti, alla presenza
del presidente del Consiglio, Conte e dei ministri Bongiorno e Salvini. E l’intervento del noto critico e
scrittore è apparso subito di assoluto valore, in un contesto variegato di economia e di cultura. Il binomio
fra città e paese, il “Paese dei campanili e non dei campanilismi”; il paesaggio naturale accarezzato e
scandito ancora dal battito delle quattro stagioni. “Eppure – attesta Daverio – il Paese Italia è diventato
brutto perché la legge l’ha imposto!”. Certo, non è più il paese di un tempo, come ce lo avevano consegnato
i nostri antenati, e “rischiano di diventare dei fossili”. Sollecitazioni, queste, che all’uscita dell’auditorium ci
hanno lasciato riflettere, e la volontà di approfondire con una intervista che il critico ha immediatamente
accettato.
Il suo intervento si è particolarmente incentrato sulla bellezza dei nostri piccoli Comuni. Bellezza ma
anche fragilità.
“ L’Italia ha nei centri piccoli il più vasto patrimonio storico che esista nel continente europeo. Questo
patrimonio è in crisi, ha bisogno di un restauro ed ha bisogno di un destino. A cosa può servire ciò che il
passato ci ha lasciato? Serve a fare di nuovo un paese bello. Non bastano le Sovrintendenze. Il paese lo
trattiamo malissimo, bloccarlo così com’è non serve a nessuno. Il nostro futuro dipende in gran parte dal
suo passato”.
Una sua ipotesi, professore, come operare.
“ Un vastissimo restauro, un uso turistico reinventato, un uso di identità del suo restauro. Paese-albergo ma
non solo. Perché mai le grandi aziende non potrebbero avere lì i loro centri di ricerca, se però il cablaggio
funzionasse, se il sistema delle comunicazioni funzionasse; ecco, noi potremmo importare sul mercato delle
qualità di vita che se le sognano nel resto del mondo. Mentre qui da noi sono realizzabili.”
Lei cita spesso anche Craco, il paesino della collina materana franata a valle ed evacuata dal 1963; che
può rappresentare in futuro?
“ Craco meriterebbe un intervento economico molto forte della Comunità europea, in direzione di un
restauro integrale, mandando anche un po’ al diavolo le Sovrintendenze che pensano che anche una rottura
vada conservata. Occorre dare un destino turistico, artigianale, di vita, insomma. Fra il fare un viaggio inutile
alle Seychelles e fare una vacanza di tre settimane a Craco d’inverno, gustando funghi e andando a cavallo
nelle campagne, cosa sarebbe meglio? I clienti in Europa ci sono e noi non sappiamo ancora come portarli
giù. Se fossimo svegli ed attenti li potremmo trovare”.
Proprio sui borghi più belli d’Italia Philippe Daverio sta divulgando recentemente anche in Rai le peculiarità
storiche ed architettoniche. Un paese unico il nostro, che occorre soltanto riscoprire e rivalutare con
maggiore creatività.


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